Esposizione “IDEAL SPACES” VENICE 2016

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Biennale di Architettura di Venezia 2016
dal 28 maggio al 27 novembre

Palazzo Mora, sala 7,

Selezionato per il premio GAA-Foundation 2016
Presenti anche: Peter Eisenman, ETH Zurich, GMP, Curt Fentress, Denise Scott Brown
e Auckland University of Technology con University of Sydney

Ideal Spaces è un progetto artistico e di ricerca che si propone di far esperire spazi di rilevanza sociale e immaginativa; l'esposizione è parte della Biennale di Architettura di Venezia 2016 e dunque non si riferisce solo alla mera architettura: parliamo di sogno sociale e di immaginazione espressi in spazi "ideali", con i loro relativi impatti nell'architettura, nell'arte e nelle speranze umane.

Abbiamo tentato di trasmettervi questi concetti combinando assieme la presentazione di spazi della città ideale, la partecipazione attiva dei visitatori - capaci di modellare lo spazio, la rappresentazione simbolica.

Ideal Spaces è un progetto high-tech che impiega diverse tecnologie in modi innovativi, incluse tecniche e metodi di programmazione da noi stessi sviluppati. Il nostro team - Ideal Spaces Working Group, è da anni occupato nell'affrontare il tema degli spazi ideali a seconda di come uno spazio sia praticato, pianificato, immaginato e vissuto. Ora vogliamo presentarvi alcuni risultati delle nostre ricerche, tuttora in corso.

Questa mostra ha a che fare con gli spazi ideali in un duplice senso: come spazi immaginati e come utopistici, o spazi senza difetti. In entrambi i suoi significati di essere "ideale", uno spazio di questo tipo fa riferimento allo spazio utopico, un vecchio tema profondamente radicato nella nostra memoria culturale che non ha mai perso il suo fascino né la sua condizione di attualità. Con uno sguardo rivolto al presente, sentiamo oggi più che mai la necessità di riaffrontare questo argomento, perché si tratta di un tema mitico, pieno di speranze e sogni, e, allo stesso tempo, molto pratico. La maggior parte degli esseri umani vive oggi in agglomerati urbani che sono molto distanti dall'essere "ideali" e che sono invece caotici; nel medesimo tempo, gli uomini vivono una distruzione degli spazi che non ha precedenti nella storia; lo spazio è perduto e allo stesso tempo moltiplicato, poiché non sono mai esistite prima d'ora così tante possibilità tecniche di immaginarlo, permettendo così la fuga in un mondo di fantasia, di sogno e gioco. Ma gli esseri umani hanno bisogno di uno spazio vero, degno di tale nome; abbisognano di una comunità.

Questi argomenti devono essere affrontati urgentemente; un primo passo può consistere nel guardarli con uno sguardo nuovo, da prospettive diverse ma pur sempre collegate. Noi abbiamo affrontato questi concetti prendendo il carattere arcaico del tema come sottonarrazione - il mito di un paradiso perduto che deve essere riconquistato - e coinvolgendo attivamente i visitatori. La domanda che si genera spontaneamente è cosa sia uno spazio ideale oggi o cosa esso potrebbe essere.

Vogliamo invitare i visitatori a far parte di questa impresa attraverso la riflessione e l'azione, facendo vivere loro spazi storici concettualizzati come spazi ideali, mostrati in una grande caverna come se fossero i loro stessi mondi e su un disco cosmico, che li rappresenta tutti in connessione. Costruendo i propri spazi, i visitatori potranno far esperienza di quelli generati insieme come processo e come risultato; il paradiso non è un luogo di solitudine e non può essere costruito da una sola persona.

Il paradiso è il risultato di uno sforzo comune.

Tutti i dati raccolti saranno conservati e potranno essere fruiti da quanti saranno interessati; in questo modo, l'impresa potrà protrarsi anche dopo che la mostra avrà chiuso i suoi battenti.

Se il mito del paradiso è un racconto eterno sul valore della vita come dovrebbe essere vissuta, chi può dirci che quel mito è stato solo una menzogna? Ci riferiamo al tema della Biennale 2016 come a un racconto universale capace di aprire infiniti altri universi. Oscar Wide ha detto che una mappa senza utopie non è degna di essere disegnata. Molti miti divennero realtà e altrettanti diedero a essa forma.

Diamogli una possibilità.
 

Il nostro Team:

Ulrich Gehmann, Matthias Wölfel, Michael Johansson
Andreas Siess, Daniel Hepperle
Alexander Zyuzkevich, Johannes Gruber, Alexander Kadin, Hana Rude, Nico Häfner, Andreas Schaumann, Ulrike Sattler

Si ringraziano: Steffen Krämer (consulente scientifico), Matthias Bühler (favela-world), Jochen Heibertshausen e Victor Kadin (assistenza alla musica), Michael Wirth (assistente al linguaggio), Anna Giulia Volpato (Italiano), Yasmine Kühl (consulente method. data), Svenja Schindler (assistente icon.), Benedikt Stoll (assistente a Karlsruhe), Martin Reiche.

Ideal Spaces Exhibition 2016.

Ideal Spaces Exhibition 2016.

Spazi ideali in mostra

Il tema degli spazi ideali è fondamentale per la comprensione di noi stessi come esseri umani; benché sia un vecchio argomento, profondamente integrato nella nostra memoria culturale, esso non ha mai perso la sua condizione di attualità, continuando a richiamare la nostra attenzione. Questo perché contiene in sé speranze umane - e un mito: dopo la perdita di un paradiso, di uno spazio antico in cui gli uomini erano integrati, il desiderio umano è di averne uno nuovo, un paradiso riconquistato - novello spazio di sollievo e unità con la natura e tra gli uomini, dacché il vecchio paradiso è irrimediabilmente scomparso.

Uno spazio ideale è l'unione di immaginazione e perfezione: stiamo cercando quell'esatto stato d'essere per poterlo rivivere. È utopistico, ma ciò non significa per forza che questo sia da intendersi in modo negativo. La nozione di spazio come luogo ideale in cui vivere è molto antica, multisfaccettata e appare come idea in quasi tutte le civiltà, sin dai loro albori. Per la cultura occidentale in particolare, questa concezione si è da sempre legata a un'altra idea, quella dell'utopia. Altre culture, altri ricercatori sul tema, hanno avuto a loro volta altre utopie ma, mai in modo così accentuato, come accade nella nostra civiltà occidentale, e non così strettamente legate al così detto mito del paradiso.

Utopia, dal greco ou-topos, il "nessun luogo" o "non-luogo", è un posto che non esiste (ancora) ma che è sognato, un paradiso da riconquistare; diversamente, l'utopia può essere anche concepita come sola invenzione, come un qualcosa d'irreale che non può essere mai raggiunto. È nel suo primo significato che presentiamo il concetto di spazio ideale, anche nelle sue varianti secolarizzate: rendere davvero il luogo costruttore del mondo migliore e utopico che sogniamo, o, esprimendoci con un termine del discorso utopico, farlo diventare un'utopia concreta.

In questo senso, gli spazi che proponiamo sono spazi simbolici: stanno lì a indicarci il mondo che rappresentano, essendo solo uno spaccato di quello stesso mondo e mostrando, per così dire, solo alcune delle sue parti. Tramite questi spazi, lo spettatore deve immaginare il ricordo di quel mondo, a cosa dovrebbe somigliare, come mondo, e come si dovrebbe sentire se egli stesso vivesse lì. Vogliamo parlarvi dell'ambiente di un mondo così, trasmesso e riflesso attraverso gli spazi qui esposti. Dobbiamo esperire questi spazi mostrati e dunque immaginare come un mondo dovrebbe essere se fosse costituito da essi - non come un'utopia che non può mai essere raggiunta, ma come un mondo concreto.

Se costruiamo tali utopie concrete, pianificandole e modificandole in termini di piani fattuali e di immagini, veniamo rimandati inevitabilmente ad altre immagini, poiché esse sono radicate nella nostra memoria culturale. Come detto, ciò è ancor più valido per il mito del paradiso. L'immagine del paradiso appartiene profondamente alla cultura occidentale e, anche dopo che il credo cristiano ebbe perso la sua forza originaria, riapparve in numerosi e diversi modi, adottando variegate forme secolarizzate. Hans Blumenberg, ricercatore sul tema del mito, afferma che un mito non può mai essere risolto o soddisfatto, ma sarà affrontato dall'uomo ancora e ancora, per ogni epoca nelle sue rispettive versioni; non importa se Dio è stato rimpiazzato dall'essere umano e la fede sacrosanta dalla costruzione razionale.

Una dicotomia, se non un conflitto, si allinea alla figura di un paradiso perduto e riguadagnato: è quella tra natura e cultura, espressa in molte forme che fanno perno sull'immagine della civilizzazione così come accadde, opposta a un modo di vivere naturale, senza vizi. Alla base di ciò sta l'idea di una condizione umana genuina, la conditio humana, uno stato naturale come natura "positiva" dell'uomo.  

Il principale obiettivo degli spazi ideali si accorda con i precedenti mitici e con i presupposti base di questa natura umana, favorendone le caratteristiche positive: un paradiso riconquistato che ricorda quello originale, quel primo mitico paradiso da cui l'uomo era stato espulso; un ambiente in cui gli uomini possano vivere di nuovo in armonia con la natura e con sé stessi per ritornare così, davvero umani.

Poiché immaginati e perfetti, gli spazi ideali ricordano i luoghi desiderati per quel tipo di natura nei suoi termini positivi. Ossia, ognuno di questi spazi è modellato come un luogo specifico, un luogo dove poter vivere in linea con la natura. Così potrà prosperare, svilupparsi oltre, essere salvato da impatti negativi e, in generale, dal male. E un giorno, questo stato ideale potrebbe essere raggiunto, nell'aspirazione al mythos.

L'idea si deve dunque combinare con quella di un ambiente costruito che ne includa uno "naturale" che possa addirittura diventare una seconda natura per gli umani: una struttura inclusiva sulla forma di un mondo ideale, dove natura e cultura sono unite, un universo davvero nuovo e "ideale" benché artificiale, fatto dall'uomo e non generato naturalmente.

In maniera esemplare, questi sono gli spazi ideali che presentiamo nella nostra esposizione: utopie concrete che devono essere direttamente vissute dal visitatore, mostrate in una grande caverna, nella loro successione storica. Come disse Oscar Wilde: una mappa del mondo senza utopie non è degna di essere disegnata. I mondi che presentiamo sono ideali in quel doppio senso che include gli immaginati e gli ideali; luoghi grazie ai quali gli esseri umani possono iniziare a realizzarsi e prosperare. Si tratta di fare esperienza dello spazio, non di storia. Le varietà dei mondi rivelano i multiformi e diversi tentativi di erigere un luogo così ideale in cui poter stare, dove è possibile immergersi nell'ambiente, nella sua natura intima e nella sua essenza, per comprenderne il carattere e il fascino incantato.

Vi presentiamo anche un lavoro supplementare, un paradigma, un'esagerazione dei summenzionati recenti ambienti urbani: la favela, a un primo sguardo l'evidente opposto di una buona, o utopistica, versione degli spazi che, esprimendo in modo manifesto la sua contraddizione, si rende distopia materializzata. Benché lo spazio qui presentato non sia esattamente di quel tipo, o meglio non solamente, è una buona nota conclusiva agli spazi presentati. La favela ci ricorda una realtà recente e quanto non deve essere fatto - non per una conditio humana ideale, ma per un vivere umano degno di questo nome, poiché la maggior parte degli umani vive in città che sono diventate agglomerati urbani, ossia in luoghi che non sono più città, o almeno, non per un animale culturale umano.

Potrebbe suonare paradossale, se non cinico, ma la favela si presenta come una grande opportunità. Nell'approccio che proponiamo, ci riferiamo al pensiero di Alejandro Aravena; opposta a tutte le idee di spazio introdotte fino ad ora, la favela è un luogo in cui gli abitanti possono generare i propri spazi ideali come luoghi concreti in cui vivere. Lo spazio ideale non è più dato a priori da qualche divino demiurgo dell'architettura, creato sul nulla, uno spazio vuoto da essere riempito con costruzioni ideali. Esso può davvero essere generato da coloro che lo abitano e che possono prendere ciò che gli appartiene tra le mani; non ci sono più spazi fissi che devono essere accettati e che, essenzialmente, non possono essere cambiati.

Seguendo questa pratica, nella nostra esposizione offriamo uno spazio specifico. Invitiamo i visitatori a modellare per conto proprio uno spazio ideale, attraverso un impegno comune: non una favela, ma un mondo che potrebbe diventare vero; il che è palpabile, dacché i visitatori vedono il risultato delle loro attività in tempo reale rappresentate su di uno schermo di fronte a loro. Essi dovranno generare l'ambiente ideale che desiderano, un ambiente in cui possano vivere davvero.

Modificando terreni e oggetti di un mondo come dovrebbe essere, i visitatori potranno sperimentare attraverso varie esperienze uno spazio ideale direttamente generato dal loro intervento. Realizzando i propri mondi, essi diventano gli architetti di sé stessi. È un approccio usato nella pianificazione partecipativa degli spazi urbani.

I visitatori hanno la possibilità esclusiva di creare i propri mondi - come essi desiderano e come credono che gli spazi debbano essere.

Questa è un'impresa che non rimane confinata all'interno dell'esposizione poiché i partecipanti potranno continuare, se lo vorranno, nella creazione. Portando a casa i mondi che hanno, i visitatori potranno elaborarli ulteriormente, anche assieme ad altri, ottenendo ispirazioni su cosa può essere fatto per i loro ambienti reali, traducendo alcune operazioni in termini di vita concreta.

Il disco del mondo è un montaggio di una sequenza editata della storia degli spazi organizzati. Prende avvio con l'inizio delle ere e, attraverso l'interpretazione visiva delle mappe storiche e dei disegni, si spinge sino al presente, qui e ora, continuando a evolversi nel tempo grazie alla nostra ricerca di spazi ideali.

Pensando a questa esposizione, siamo partiti dall'idea di mostrare il diramarsi della storia degli spazi organizzati attraverso le epoche utilizzando la forma di una figura mitica: l'albero della vita; siamo invece giunti alla rappresentazione visiva della sezione di un tronco d'albero con il suo scandirsi in cerchi concentrici che ne registra la presenza nel tempo. La chiave per capire e per creare un montaggio di sequenze come questo è di riconoscere che non ci aiuterà a comprendere lo spazio o il suo significato; ci aiuterà solo a visualizzarlo e in questo modo gli elementi riusciranno a entrare in gioco, non importa quanto possano sembrare insoliti, aiutandoci a immaginare il nostro posto nel mondo.

Il nostro disco del mondo si basa su tre livelli di rappresentazione guidati da un modello di dati che accumula e custodisce quanto analizzato per future ricerche. Il primo livello è la rappresentazione visiva del disco del mondo - la nostra mappa. In cima a esso si trova un set di anelli trasparenti. Ogni anello, quando attivato, rappresenta una certa finestra temporale che ha a che fare con lo spazio ideale mostrato sul muro 1. Il secondo livello è connesso agli oggetti fisici del muro 2 e sarà attivato nel momento in cui qualcuno interagirà con essi. Quando ciò accadrà, si stabiliranno connessioni tra le diverse finestre temporali/spazi, creando tracce visive tra loro, il che rende la partecipazione del pubblico visibile nel tempo.

Ideal Spaces Exhibition 2016

Ideal Spaces Exhibition 2016

Gli spazi ideali e l'immaginazione

Il luogo che esemplifica perfettamente lo spazio ideale e i suoi topos preferiti, anche in termini simbolici, è quello della città ideale. Secondo Matthias Buehler, noto esperto nel costruire città immaginarie, lo stesso termine ideale è una parola dai molteplici significati, per cui l'espressione "città ideale" può essere interpretata in molte maniere. Come vocabolo, ideale rimanda alle parole greche idea ed eidos, ovvero avere un'"idea" o un'immagine interiore di qualcosa; nel caso di eidos, qualcosa che può anche divenire molto concreto (in modo particolare nel suo significato Platonico, che sarà molto influente nelle città ideali utopiche), e che può essere utilizzato come modello o tipo - ad esempio, nel costruire una città ideale secondo una chiara e pre-data immagine "interiore". Come già detto, ideale sta anche per qualcosa che è senza difetto o "ideale" nel comune senso del termine: qualcosa che è nel suo stato concluso, finito o, in altre parole, "perfetto". Osservando questi due significati che il termine ideale denota, in relazione alle città come spazi ideali, è di decisiva importanza il momento in cui entrambi i concetti coincidono o si sovrappongono, quando una città potrebbe essere costruita come uno spazio ideale, coprendo entrambi i suoi significati - anche in casi in cui i suoi costruttori non abbiano "idea" di quello che stanno facendo. Ovvero: quando non stanno tendendo verso l'utopia in maniera esplicita e decisiva, ma ciononostante costruiscono spazi utopici, generando una spazialità del "non-luogo" riferita da critici come Marc Augé e molti altri; un tipo di spazialità senza luogo che nell'epoca moderna divenne predominante, simbolizzata dall'ideale di una città funzionale provvista di reti di infrastrutture a carattere inclusivo e "ottimale". E così, si generano spazi fisicamente reali ma che sono essenzialmente non-luoghi ("utopistici") sui resti storici di ciò che tutti noi viviamo oggi. In questi casi un'utopia è generata, per così dire, involontariamente: non come una creazione deliberata ma piuttosto come esito, qualcosa generato, che è emerso come il risultato di qualche altro tentativo di creare posti ideali dove gli umani possono risiedere e vivere degnamente.

Come detto, l'immagine di uno spazio ideale può non sempre, e non esplicitamente, essere utopica. Molti di questi spazi "ideali" sono già stati costruiti e il nostro ambiente moderno consiste in larga parte di essi.

Nel suo significato originario di ideale, uno spazio ideale non solo denota uno spazio privo di difetti, qualcosa che è da raggiungere in quanto stadio finale ottimizzato; esso delinea anche uno spazio che non è stato per nulla concettualizzato: un'immagine interiore, un'idea di come lo spazio potrebbe essere riversandosi in piani, concetti e altre immaginazioni concretizzate sul design dello spazio - come nella pianificazione delle città, la disposizione di reti logistiche, di edifici, la costruzione di spazi per il pubblico, e così via. Questi sono esempi che dimostrano che la nozione di uno spazio ideale include anche pratiche, non-utopiche costruzioni, necessarie ai fini della vita quotidiana nei suoi termini concreti.

I concetti della città ideale contano sull'idea di uno spazio ideale costruito, al fine di poter provvedere alle fondamenta e ai contesti necessari per una consona realizzazione della condizione umana, per quell'ideale conditio humana che si stava ricercando. Stando al nostro immaginario culturale, il posto più adatto e genuino per gli umani come "animali culturali" (McLuhan) è la città, dall'inizio della civilizzazione umana in avanti. Così, la città che deve essere eretta è ideale, costruita in un modo per cui la condizione spaziale data a quell'animale possa propagare l'avvento del tratto "positivo" della natura umana nel suo insieme; o, espresso in termini mitologici: dopo che il primo paradiso naturale fu perso, un secondo doveva essere creato, un paradiso ove regnano le costruzioni.

Come ambiente e come cornice del vivere, questi nuovi paradisi dovrebbero divenire la seconda natura dell'uomo per dominare e sorpassare gli ammanchi dell'ambiente urbano esistente. Per la prima volta nella storia dell'umanità, la maggior parte degli umani vive dentro le cornici e le condizioni di questi ambienti; e a giudicare dai precedenti, il tema di una città "ideale" diventa ancor più attuale.

Citando Buehler, nel concetto di città ideale esistono due distinzioni maggiori di senso. Dal punto di vista classico e "vecchio", il termine "città ideale" si riferisce a quella ricerca portata avanti da teorici urbanisti e altri, che votati alla ricostruzione, o al raggiungimento dell'utopico Giardino dell'Eden, desideravano creare un luogo ideale in senso metafisico o religioso, di paradiso in terra. L'altro significato è di città "ideale" nel senso di riuscire a trarre il meglio dalle risorse disponibili, dalle circostanze e dalla geografia, come afferma il nostro autore, concentrandosi su argomenti (e obiettivi) di sostenibilità e armonia tra natura e cultura.  

Dobbiamo aggiungere che queste distinzioni possono anche essere intese come direzioni di significato, servendo da linea guida capace di mostrarci come concepire il tema dello spazio ideale in generale. Se comprendiamo le varianti secolarizzate, l'interpretazione di un luogo ideale si riferisce a quella direzione utopica di significato che sta dietro al senso intimo di spazio "ideale", in particolare a quello della "città ideale" come tipo peculiare di uno spazio ideale. La seconda direzione di significato è più pragmatica: una città ideale non deve per forza essere allo stadio di conclusione e perfezione assoluta, è "ideale" perché ha tratto il meglio dalla situazione esistente, condizioni che prevalgono effettivamente. Per Buehler, "è imperativo vedere il secondo significato come fattore chiave per la multidisciplinarietà, le collaborazioni scientifiche e costruttive, per isolare e combinare tutti i tratti urbani positivi e battersi per le migliori soluzioni possibili, globali e locali".

Ma anche qui arriva l'immagine di uno stato ideale, per via di quello che significa meglio? Quali pensieri e, dietro loro, quali norme e valori, quali disposizioni mentali decidono sul meglio? È puro pragmatismo, soldi, ideali? E anche nel caso del puro pragmatismo, esiste una soluzione "ideale" da essere perseguita, un modo "migliore" per sistemare le cose e per farle in maniera adeguata. Ma il pragmatismo è un risultato, non una causa; è solo un modo generale che indica come gestire le cose, non una motivazione per gestire le cose in generale. Così come ogni altro modo di gestire le cose in generale e di interagire con la realtà, esso presuppone un certo stato mentale, per cui alcune cose saranno gestite in quel modo e non in un altro, solo alcune cose pensate saranno rilevanti, e così via. E questo dipende dall'ideale, da immagini interiori assunte come linee guida della mente che suggeriscono come affrontare le cose in generale - nella loro somma, il "mondo" - e per quali propositi. Così, anche la mente più pragmatica non può evitare l'ideale.

Se la fisica sta simbolicamente per il mero presente, per quel che è (anche fisicamente) nel momento, allora non possiamo evitare la meta-fisica. Le "migliori" soluzioni in questo senso non dipendono dalla fisica, ma dalle idee, ideali, preconcetti nel loro senso letterale: immagini interiori. Questo è ancor più vero quando coinvolgiamo il futuro, quando capita di avere un'immagine interiore di qualcosa (utopico o no) di come dovrebbero essere le cose, anche nei termini più pratici.

Così, tutto sommato, lo spazio ideale e la metafisica sembrano appartenersi, in particolare quando parliamo di futuro, e poi del futuro desiderato: uno stato di essere che non è ancora presente ma che diventerà presente. Ciò è tanto più vero quando gli spazi non esprimono solo d'essere costruzioni architettoniche; sono spazi simbolici, spazi che "rappresentano" qualche significato aggiuntivo che soggiace, sensi che non si deducono per nulla dalla costruzione così come dal rispettivo spazio.

Questi spazi potranno divenire sicuramente spazi fisicamente reali, altrimenti, non sarebbero stati concettualizzati. Ciò ci rimanda ancora una volta all'aspetto dell'immaginazione: noi, gli spettatori delle immagini che saranno presentate, dobbiamo concepirle come spazi reali, come parte di un "come sarebbe il mondo se...", un mondo virtuale che può diventare realtà. Allo stesso tempo, questo è anche un modo particolare di fare esperienza: dobbiamo guardare a quelle immagini spaziali come se stessimo vivendo la realizzazione di un mondo reale; e possiamo (e potremo) comparare queste esperienze con quelle che abbiamo fatto negli spazi reali in cui viviamo.

L'argomento dell'esperienza e dell'immaginazione è importante per tutti gli spazi della nostra esposizione: quelli presentati come mondi ready-made, quelli creati dagli stessi visitatori, e ancor più quelli che sono simbolizzati e presentati nel disco del mondo perché, malgrado possa suonare paradossale, quegli spazi non sono primari nel comune senso di comprensione dell'architettura.

Ma lo sono per gli esseri umani.

Prima di tutto, ciò si applica ai mondi che vogliamo presentare come spazi ideali "ready-made", come mondi ideali (la maggior parte di carattere utopico) come apparvero nella storia. Per tornare allo spazio ideale come utopia esplicita o "solo" come spazio privo di imperfezioni, molto spesso nella loro storia entrambe le dimensioni di spazio ideale coincidono, andando molto vicino a quella che viene detta utopia concreta: uno spazio dove gli umani possono vivere in modo "ottimizzato" e pianificato; e che è stato costruito, o che deve essere costruito, come ambiente pianificato in modo attento e concreto, sino all'ultimo dettaglio.

Lo spazio ideale diviene così uno spazio gestito, ancora una volta in più dimensioni. Innanzi tutto, è uno spazio gestito sin dall'inizio: già prima della sua costruzione deve essere sistemato come un modello spaziale, che è un ambiente ideale, una planimetria spaziale perfetta per la vita "consona" degli esseri umani, provvedendo alle basi minime per la loro riaffermazione. In altre parole, queste costruzioni dovrebbero abilitare l'"adeguata" riaffermazione della natura umana, poiché luogo ideale in cui vivere. Riguardo ciò, lo spazio deve anche essere uno spazio di amministrazione e controllo, un luogo di condotta reale per una vita corretta che poche volte deve essere supervisionata su basi giornaliere per assicurarsi che tutto vada secondo i piani, in maniera "ideale". Ciò si applica anche in casi in cui una supervisione non sia attuata direttamente ma indirettamente, da un mutuo controllo sociale e da comportamenti "corretti", assistiti dalla prima dimensione, quella di un ambiente architettonico che abilita e forza la realizzazione di certi tipi di comportamento.

L'intenzione base di questi pensieri era di creare un cosmo artificiale, un includente ordo dove tutto funziona secondo i piani, servendo da cornice per il benessere dei suoi abitanti.

Come già detto, ciò non deve essere meramente, o esclusivamente, utopia. Tutte le nostre reti infrastrutturali si basano su un'idea così, come ad esempio, preparare il terreno per la realizzazione dell'individuo ed essere al servizio delle moderne (e post moderne) masse. L'idea era di costruire uno spazio ideale di network funzionali da mettere a servizio delle necessità di molti individui. E la speranza era quella che, in questo modo, la realizzazione degli individui e la loro prosperità potessero essere assicurate - nelle parole di Buehler, raggiungere la "miglior soluzione" e, da qui, perseguirla in termini pratici. Come conseguenza, abbiamo la città funzionale nella modernità classica o le eteree "immateriali" reti di oggi.

Un altro esempio sono i mondi che presentiamo nell'esposizione come spazi "ideali" di uno stesso rango e appartenenza, designati per dare la miglior cornice in grado di far prosperare la "miglior" vita umana. Non si dovranno poi dimenticare quelli modellati dagli stessi visitatori, che suggeriscono, secondo le loro stesse concezioni, a cosa una tale cornice dovrebbe somigliare.


I MONDI


LA CATTEDRALE

La città funzionale

Leonardo da Vinci

Il mondo come progetto

KARLSRUHE

La città industriale

TONY GARNIER

MOTOPIA

BABEL IID

FAVELA

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